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Psicoterapia della Gestalt: cos'è?

La Psicoterapia della Gestalt è una terapia del qui-e-ora, in cui è posto l’accento sul presente come segmento espressivo della totalità dell’esperienza, come il luogo in cui si incrociano le tensioni verso il futuro e gli influssi del passato.

Si tratta di una terapia sperimentale, piuttosto che verbale o interpretativa, attraverso la quale il cliente può apprendere come vivere con consapevolezza nel presente. Egli può imparare a rivolgere la sua attenzione a ciò che fa, sperimenta o sente nel presente, nel qui-e-ora, diventando gradualmente consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sua emozioni, della sua voce, delle sue espressioni facciali, o dei suoi pensieri pressanti.

Per questo motivo il terapeuta può chiedere al paziente di parlare dei propri traumi e problemi non nell’area del tempo passato, ma nell’area del presente, in sostanza viene proposto di ri-sperimentare le situazioni insolute nel presente, nel “qui-e-ora”.

Le interpretazioni, le razionalizzazioni, il parlare attorno alle cose o qualsiasi tipo di spiegazione simbolica o intellettuale non influenzano i sentimenti e le emozioni del paziente.

Infatti per chiudere definitivamente il libro sui problemi passati non basta ricordarli semplicemente, ma ci si deve ritornare “psicodrammaticamente”, e questo è possibile farlo solo nel presente.

La terapia della Gestalt mira all’integrazione degli opposti, per far si che gli individui possano diventare veri reali e funzionare come la totalità sana che ogni organismo ha implicita nella sua natura. La ricaduta più significativa nella pratica terapeutica della polarità consiste nel processo di integrazione delle proiezioni.

Infatti, uno degli obbiettivi che più premeva a Perls del processo terapeutico era di far sì che le persone si riappropriassero il più possibile delle proiezioni che avevano messo nell’ambiente, le proiezioni, come è noto sono i tratti di noi che non accettiamo, e che per allontanarli e non sentirli pericolosi, attribuiamo all’ambiente e agli altri. In questo modo la realtà ci risulta distorta e più proiettiamo più questa diviene sconosciuta nella sua vera essenza.

Attraverso le tecniche di assimilazione delle proiezioni è possibile aiutare le persone a “riprendersi” quello che hanno messo fuori e ad incorporarlo di nuovo, magari dirigendolo adeguatamente. Quello che è stato posto fuori viene allora riconosciuto come parte della propria esperienza.

L’approccio della Gestalt ritiene inefficace una psicoterapia orientata prevalentemente verso il passato e considera i “perché” della nevrosi dei pazienti poco esplicativi.

Solo se il nostro paziente impara il “come” delle proprie interruzioni (passate e presenti), vale a dire solo se sperimenta realmente se stesso mentre si interrompe, comprenderà come “ri-produce” nel presente le proprie difficoltà. Quindi concentrandosi sull’interruzione, sul “come” e non sul “perché”, egli acquisisce la consapevolezza di interrompersi nel “qui e ora”, prende contatto con ciò che interrompe, e con gli effetti di tali interruzioni.

Il terapeuta rende possibile l’assimilazione del blocco (o dell’interruzione) e del materiale bloccato (o interrotto) mediante l’iniziale auto-identificazione con esso ( “in che modo ora mi impedisco …?” “che cosa mi impedisco ora?”) e la successiva differenziazione da esso. Attraverso l’uso creativo delle energie investite nei blocchi e nelle interruzioni del ciclo del contatto, il cliente viene stimolato a convertire le aree bloccate (o le rimozioni), in espressioni del sé reale.

La psicoterapia ha come obiettivo quello di fornire il mezzo con cui risolvere sia i problemi attuali che quelli che potrebbero insorgere nel futuro, e tale strumento è costituito dall'”auto-appoggio”. Si può descrivere il percorso terapeutico stesso, come l’evoluzione dalla ricerca dell’appoggio ambientale allo sviluppo di un solido auto-appoggio.

Un paziente che si rivolge ad uno psicoterapeuta può sentire di trovarsi in una crisi esistenziale o percepire che i suoi bisogni psicologici, che gli sono vitali quanto il respiro stesso, non vengono soddisfatti dal suo modo di vita attuale (F. Perls, 1969). Egli si aspetta di trovare nel terapeuta l’appoggio ambientale che integrerà i propri mezzi di appoggio temporaneamente insufficienti, dato che la sua esperienza e la sua preparazione non gli hanno permesso di svilupparli adeguatamente.

Ma quale tipo di appoggio egli ha utilizzato fin’ora? L’individuo nevrotico è capace di manipolare l’ambiente (sociale e fisico), al fine di ottenere l’appoggio di cui necessita, ma tali manovre a lungo andare tendono a conservare e a perpetuare il suo handicap, piuttosto che a eliminarlo. Ciò che realmente gli manca è la presenza di un orientamento al suo interno, la consapevolezza e il senso del sé sono insufficienti così come è insufficiente una delle qualità essenziali che favorisce la sopravvivenza: l’auto-appoggio.

“Se egli impara a dedicare allo sviluppo dell’auto-appoggio tutta l’intelligenza e l’energia che ha investito nel costringere l’ambiente a sostenerlo, avrà sicuramente successo” (F. Perls, 1969).

Quando l’individuo sperimenta due o più situazioni incoerenti, che richiedono la sua attenzione ed azione, e che al tempo stesso sono permanenti e apparentemente insolubili, egli vive un “conflitto nevrotico”.

Se in presenza di imperativi sociali e personali simultanei, che non possono essere soddisfatti contemporaneamente dalla stessa azione, la persona adempie a ciò che le viene imposto, malgrado la resistenza nel compierlo, ne deriveranno risentimento e nevrosi.

Solitamente nell’infanzia l’individuo “ingoia” imperativi che sono contro la sua inclinazione naturale, ciò crea un’area di confusione semplice o doppia. Ad esempio l’ordine “non piangere” quando c’è un’esperienza genuina di dolore, costituisce una confusione semplice, che può essere raddoppiata quando si aggiunge la confusione semantica “comportati da uomo”, “i maschi non piangono mai”.

Tale area di confusione rende l’individuo incapace di intuire i suoi bisogni dominanti e/o di manipolare il suo ambiente in modo da conseguirli. Cronicamente impegnato nell’auto-interruzione, il suo comportamento appare disorganizzato e inefficace, risultato di tentativi errati nel raggiungere l’equilibrio.

Secondo la Psicoterapia della Gestalt quando la persona non può portare a conclusione soddisfacente una determinata situazione, allora si sente costretta a “ripeterla” e a “riportarla” nella vita quotidiana, queste ripetizioni rappresentano le sue situazioni o “Gestalt incompiute”, attraverso le quali cerca una soluzione creativa.